venerdì, novembre 27, ore 13:50

Oggi mia nonna ha tirato fuori l'album delle foto. Dalle pagine ingiallite, emergono, uno dopo l'altro, i ricordi del suo matrimonio. Corre la primavera del 1960. Lei indossa un abito color avorio, con un fiocco intorno al vitino di vespa, un lungo velo che le ricade sui boccoli biondi. Ha gli occhi che brillano, il sorriso radioso ed è meravigliosa. Mio nonno è alto e robusto, con le orecchie a sventola. Ancor oggi ripete che la nonna ha fatto un unico errore nella sua vita. Poi, di solito, la guarda ed esclama: "Mamma, sei bellissima!". Lei, inevitabilmente, lo manda a quel paese: sbaglia, perchè lui sta dicendo la verità. Accanto a loro, gli sposi, una serie di volti dimenticati: la bisnonna Rosi, a cui tanto assomiglio. Il nonno Enzo, che non ho mai conosciuto se non in una foto in bianco e nero, sufficiente a capire da chi la figlia abbia preso la grazia e l'eleganza. Poi i prozii, ancora giovani, ancora vivi. E bambini sconosciuti, che magari conosco ora come adulti compassati e distinti, senza riconoscerli. Mentre mi perdo nella memoria dei tempi che furono, la nonna alle mie spalle mi paralizza. "Vorrei che provassi il mio vestito da sposa!".

L'ho provato.

Io non ho il vitino di vespa, sono bruna quanto lei era bionda, non ho nemmeno gli occhi azzurri. Viene da chiedersi cosa io abbia ereditato da questa parte della famiglia. A mio nonno, però, luccicavano gli occhi ugualmente.

Lo specchio, per pochi secondi, mi ha rimandato un'immagine diversa. Dietro di me, secoli di donne in abito bianco, bellissime e luminose nel giorno in cui doveva iniziare un'era nuova della loro vita. 

cappelliavolute

venerdì, ottobre 16, ore 14:28

In cucina, seduti intorno al tavolo ancora apparecchiato, il nonno, la nonna, la mamma. Argomento della conversazione: la mia laurea ormai prossima. Io, nella stanza accanto, distesa sul letto, leggo Uno studio in rosso. Niente come Arthur Conan Doyle mi concilia il sonno dopo pranzo e ho già le palpebre che si appesantiscono e calano, quando le onde sonore emesse oltre la parete superano cemento e intonaco e raggiungono le mie orecchie, cosa piuttosto prevedibile, considerando la semi-sordità di due terzi delle persone presenti nella stanza. 

MAMMA: "Ma per la laurea bisogna fare un regalo?"

NONNA: "Sì, ci tocca, un pensierino, qualcosa di piccolo."

GOGO: "Eh, no, le fate un bel regalo invece, qualcosa che le rimanga, da parte mia!"

NONNA: "E cosa, un elicottero?"

GOGO: "No. Io voglio regalarle un orologio d'oro."

NONNA: "Figurati, ne ha già uno, quanti orologi vuoi che le servano!?"

GOGO: "Beh, quando io mi sono laureato, mi hanno regalato un orologio e ce l'ho ancora, è qualcosa che ti resta tutta la vita."

NONNA: "No, ha già perso il braccialetto d'oro che le aveva regalato la Giorgia, di sicuro perderebbe anche questo."

Ah, già, penso io, il braccialetto d'oro della Giorgia. Quello per cui ho pianto per ore, all'idea di aver smarrito un oggetto di valore. Quello per cui sono stata a battere la strada metro per metro, avanti e indietro sempre sugli stessi passi, nel buio, quella sera di Dicembre, sperando di ritrovarlo. Quell'unica cosa che ho perso in vita mia, quattro anni fa, e che non è stata ancora dimenticata -e non solo da me- a quanto pare.

MAMMA: "Vedi, se avesse i buchi si potrebbe regalarle degli orecchini con il brillantino!"

NONNA: "Ecco, se si fa i buchi, le regaliamo gli orecchini."

E se io non avessi la minima intenzione di farmi i buchi, come in effetti si dia il caso che sia?! Non sono bastate le ultime due paia di orecchini che mi avete regalato, considerando che neanche la prima, nè le seconda volta, avevo i famigerati buchi per appenderceli? Beh, in fondo il cassetto è grande, altre 6-7 confezioni ci possono stare comodamente. Se non altro starebbero in buona compagnia.

Cara nonna, non temere. Non li voglio, i vostri regali. Non mi interessa l'ennesima manifestazione di ipocrisia, l'ennesima cosa fatta tanto per fare, l'ennesimo regalo acquistato per puro senso dell'opportunità invece che per desiderio o affetto. Non vale la pena spendere il vostro prezioso denaro per qualcosa che tanto di sicuro perderei, o disprezzerei, o svaluterei con la mia goffaggine, hai pienamente ragione, quindi lascia perdere. Non volevo i tuoi regali quando mi regalavi jeans taglia 40 e avevo una 44, non li volevo quando per il mio ultimo compleanno mi hai regalato un vestitino taglia 44 quando da due anni ho una 40, non voglio regali che diventano mortificazioni continue. Sei anni fa mi hai tirato dietro le tavolette di cioccolato pregiato che avevo scelto accuratamente come pensiero natalizio, conoscendo la tua golosità, perchè "non volevi la mia elemosina". Ebbene, nonna cara, io non voglio la tua. Non chiedo elicotteri, orologi d'oro, vestiti. Chiedevo una porta aperta, ma mi è stata negata. Ora ho imparato a non chiedere niente. Non ho ancora imparato a non soffrire più (come mi ero ingannata, in proposito), ma ho imparato a costruire muri con cui proteggermi. Bel regalo, mi è stato fatto. Bello davvero.

Penso che la prossima letterina che scriverò, sarà a Babbo Natale. Ci sono più possibilità che mi dia bado.

cappelliavolute

mercoledì, giugno 10, ore 00:20

I tempi dell’amore

L’amore di un essere umano per un altro è forse la prova più ardua, per ciascuno di noi, la testimonianza più alta di noi stessi; l’opera suprema di cui le altre non sono che la preparazione. E’ per questo che tutti gli esseri giovani, nuovi in ogni cosa, non sanno ancora amare; hanno da imparare… (...). Amare non è fin dall’inizio darsi, unirsi a un altro. Cosa sarebbe l’unione di due esseri ancora imprecisi, incompiuti, dipendenti? L’amore è l’occasione unica di maturare, di prendere forma, di divenire un mondo per l’amore dell’essere amato. E’ un’alta esigenza, un’ambizione sconfinata che fa di colui che ama un eletto chiamato dall’immensità. Quando l’amore si presenta, i giovani non dovrebbero vedervi che l’obbligo di lavorare su se stessi. Perdersi in un’altra persona, darsi a un’altra, tutte le maniere di unirsi, non sono ancora per loro. Prima è loro necessario tesaurizzare, accumulare molto. Il dono di sé è un compimento.

R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta
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lunedì, maggio 18, ore 14:49

L'amore è tutto carte da decifrare
e lunghe notti e giorni per imparare
io se avessi una penna ti scriverei
se avessi più fantasia ti disegnerei
su fogli di cristallo da frantumare

E guai se avessi un coltello per tagliare
ma se avessi più giudizio non lo negherei
che se avessi casa ti riceverei
che se facesse pioggia ti riparerei
che se facesse ombra ti ci nasconderei

Se fossi un vero viaggiatore t'avrei già incontrata
e ad ogni nuovo incrocio mille volte salutata
se fossi un guardiano ti guarderei
se fossi un cacciatore non ti caccerei
se fossi un sacerdote come un'orazione
con la lingua tra i denti ti pronuncerei
se fossi un sacerdote come un salmo segreto
con le mani sulla bocca ti canterei

Se avessi braccia migliori ti costringerei
se avessi labbra migliori ti abbatterei
se avessi buona la bocca ti parlerei
se avessi buone le parole ti fermerei
ad un angolo di strada io ti fermerei
ad una croce qualunque ti inchioderei

E invece come un ladro come un assassino
vengo di giorno ad accostare il tuo cammino
per rubarti il passo, il passo e la figura
e amarli di notte quando il sonno dura
e amarti per ore, ore, ore
e ucciderti all'alba di altro amore
e amarti per ore, ore, ore
e ucciderti all'alba di altro amore

Perché l'amore è carte da decifrare
e lunghe notti e giorni da calcolare
se l'amore è tutto segni da indovinare

Perdona
se non ho avuto il tempo di imparare
se io non ho avuto il tempo
di imparare.

Carte da decifrare
Ivano Fossati
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domenica, maggio 17, ore 19:58

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Ciao, Dino.
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mercoledì, maggio 06, ore 20:39

"Il tempo è galantuomo", diceva qualcuno. Io assentivo. Ma in realtà non capivo, non capisco ancora. Il tempo è galantuomo? Vuol dire che un giorno qualcuno ci verranno riconosciuti i nostri meriti, che un giorno ci verrà resa giustizia? Vuol dire che incontreremo sulla nostra strada risposte, che ci porremo domande legittime e sensate, che se chiederemo alla persona giusta la cosa giusta, saprà dirci la verità?
Il tempo guarisce tutte le ferite, si dice anche. Questo lo capisco, ma non so se sono d'accordo. Le lacrime versate non ci vengono restituite, i sospiri spesi sono lontani da noi e certi colpi che ci sono stati inferti ci hanno lasciato il segno e fanno male se le tocchi, bruciano quando arriva il maltempo, basta solo ricordarti che le hai per sentire una piccola fitta, pungente, acuta. Ma se il tempo è galantuomo, questo non saprei dirlo. Il tempo porta oblio, a volte, a volte invece accentua il ricordo. I rimpianti si possono affievolire o diventare più intensi e questo non possiamo mai saperlo a priori. Lo scopriamo col tempo, appunto. E non sempre col tempo le cose vanno come vorremmo. Certe speranze, che nutriamo riposte in un angolino della nostra mente, troppo tacite per confessarle anche solo a noi stessi, vengono irrimediabilmente deluse. La gente raramente cambia, e contro questa realtà, questa ostinazione, questa coerenza il tempo può far poco. A volte però sì. Basta che qualcuno si renda conto di qualcosa, che apra gli occhi sulla propria esistenza e si renda conto di aver preso un abbaglio, di aver creduto nelle cose sbagliate, e allora il tempo sì che aiuta, sì che guarisce, sì che è galantuomo e ci rende quel che meritiamo. Ma a volte no. E allora viene da chiedersi se il gioco vale la candela. I miei nonni hanno più di settant'anni, e non capiranno mai quello che sono. Mi hanno cresciuta e non mi conoscono, non giungeranno a conoscermi col tempo perchè il tempo per noi tre è finito. Andati gli anni in cui andavo a scuola e tornavo da loro alla fine delle lezioni, raccontando le storielle della giornata. Andate le vacanze al mare, durante le estati libere dallo studio e dagli esami. Andata l'illusione di avere una famiglia perfetta, un porto sepolto, un giardino di limoni a portata di mano. Il tempo è galantuomo, a volte, a volte invece è solo una iena, che sghignazza su di te mentre ti lacera le carni.
Non so cosa succederà col tempo. So che ho dei desideri, dei sogni, delle speranze e delle convinzioni. So che in certi momenti vorrei che il tempo si fermasse, in altri che corresse più veloce. So che in certe occasioni ho capito di essere nel giusto e mi sono sentita bene, in pace con me stessa. Forse il tempo è galantuomo quando ti apre gli occhi sulle verità della tua vita, su chi ti sta di fronte, ti rivela cose che non sospettavi o conferma le tue certezze, o ti sbalordisce e ti spaventa, come il sublime di Kant. Forse avremmo tutti bisogno solo di capire.
 
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mercoledì, aprile 29, ore 10:55

Il totale disinteresse di chi si dovrebbe interessare mi paralizza.
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venerdì, gennaio 02, ore 12:50

Viole nella neveEra da diversi anni che non mi confessavo. Devo ammettere in me una forte ritrosia al rivelare i lati oscuri, un pudore ostinato che mi trattiene dal mostrare i miei punti deboli, specie se conosco la persona che mi sta innanzi, per paura che possa a quel punto stimarmi di meno. Se si unisce questo spiacevole aspetto caratteriale a un altrettanto spiacevole episodio che mi è capitato nel confessionale l'ultima volta che, facendomi coraggio (o violenza, a volerla dire tutta), ho messo il piede oltre il famigerato scalino ligneo, la fuga era scontata.

Non pensavo di poter dimenticare di quando, mentre evocavo a testa china tutti i miei fantasmi, si era sentito nel silenzio sacro un trillo potente. Avevo messo rapidamente la mano in tasca, sbarrando gli occhi e avvampando per l'imbarazzo. Drinn, drinn. Oddio, dov'è? Cavolo, maledetta borsa, ma dove ca... ehm, scusami, Signore. Dove diamine...? Il sacerdote, un vecchietto tremolante e canuto di fronte a me, mi guardava sorridendo amabilmente, senza scomporsi. Aveva detto dolcemente "Scusami, cara. Pronto?" Eh? Oh. "Ciao, Giovanna! Allora, come va? Domani sera, a cena? Sì, credo possa andare. Come stanno Antonio e i bambini? Sì, sì, non vedo l'ora di vederli.". Io ero stordita. Uccisa, in un secondo, tutta l'importanza della mia anima. Ho detto che avevo finito, ricevuto una pallida, demotivante, assoluzione e me ne sono andata. Senza voltarmi indietro. Per anni.

Questa volta, nell'ultimo giorno dell'anno, è stato diverso. La stanza era ampia, occupata da un tavolo di legno scuro. Io guardavo negli occhi questo prete grande e bello, che aspettava in silenzio, con aria seria. Ero importante, lì, sotto quel crocifisso e quello sguardo grave. Importante io, i miei peccati, la mia assoluzione. Non ho mai smesso di guardare quegli occhi, mentre mi svelavo, strato dopo strato, e mi alleggerivo nella sicurezza del perdono.

Quella sera eravamo in un centinaio sotto il cielo scuro, sotto la neve fitta. Una pira di legna ardeva, le scintille si mescolavano ai fiocchi. Tutti avevamo in mano un bengalino e un monaco recitava versi accompagnato da tre chitarre e un sassofono. Io, leggera, sorridevo nel buio.
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giovedì, dicembre 25, ore 20:45

Natale

Mattina di Natale. Da qualche parte, Scrooge spalanca le imposte sulla sua nuova esistenza, rinnovato dalla notte appena trascorsa. Nella città di Verona, in una stanza due ragazzi si svegliano, si cercano ancora a occhi chiusi, intrecciano le gambe e si cercano con un bacio la punta del naso. Poi lei si alza, saltellando per un entusiasmo preventivo legato alla giornata particolare, lui invece si gira dall'altra parte e ricomincia a fare le fusa, ben avvolto nel piumone. In una casa non molto lontana, un uomo di mezza età si alza, stiracchiandosi rumorosamente, vivendo la libertà di essere in casa da solo, e facendo programmi per la mattinata, prima del cenone. A 1oo metri da lui, in una villetta antica dall'altra parte della strada, una donna,  disperata, beve un litro e mezzo di alcool per non dover sopravvivere alla giornata. Nella stanza accanto, forse, sua figlia ancora dorme. Presto si scatenerà il caos.

Una giornata che ognuno vive a modo suo, immerso nei propri drammi o nelle proprie gioie, circondato dalla famiglia o solo, qui o in qualunque altro luogo. Una giornata che, in un modo o nell'altro, passerà. Auguro a chi è stato felice di rimanerlo, di ritrovare questa gioia anche domani e il giorno successivo, e quello dopo ancora, a chi ha sofferto di raccogliere in sè la forza per superare questo giorno e di non perdere la speranza. Noi siamo qui, sempre, te lo prometto.
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venerdì, novembre 07, ore 14:11

Il mio bisavolo era un tipo particolare. Era il nonno di mio nonno, si chiamava Giovanni e aveva una gamba di legno. Era sarto e barbiere perchè, in tempi difficili, un uomo si doveva arrangiare come poteva ed entrambe le professioni si potevano esercitare con gli stessi strumenti. Non poteva permettersi manichini, per cui usava le gambe del tavolo per cucire i calzoni e prendere le misure ai clienti. Costruiva orologi con le stecche degli ombrelli e mappamondi con i poveri materiali che trovava qui e là e, in tempi di magra, quando nessuno sentiva il bisogno di farsi sistemare i capelli o fare su misura completi eleganti, aveva elaborato un ingegnoso sistema per campare.
Girava per le sagre e le fiere paesane, dove vendeva un intruglio scuro, una pozione che garantiva all'acquirente la prossima nascita di un figlio maschio. Soddisfatti o rimborsati.  Data la percentuale di maschi nati rispetto alle femmine in quel periodo, il mio bisbisnonno fece rapidamente fortuna. Sennonchè, nel frattempo, la sua famiglia si allargava, la crisi economica nazionale cresceva e c'era sempre più bisogno di denaro per vivere. Egli allora prese armi e bagagli e si trasferì in città, dove fu assunto da un servizio di assicurazioni. Giunto al quinto figlio, i soldi ancora non bastavano. Giovanni, spinto da necessità, si dedicò all'attività di affittacamere e oste. Forniva vitto e alloggio nella sua mansarda in centro storico e, così facendo, guadagnava abbastanza per mantenere moglie e bambini. Tra i suoi clienti c'era un prete che, in segno di riconoscenza, per consentirgli di realizzare i suoi progetti, gli imprestò 2800 £, una cifra ben più che considerevole per gli inizi del '900. Giovanni aprì una drogheria. Comprava le caramelle all'ingrosso, sciolte per pagare di meno, e metteva i suoi bambini a incartarle una per una. Li faceva cantare, "Cantate, bambini, cantate", perchè, finchè sentiva le loro voci squillanti, voleva dire che non stavano mangiando le caramelle. In seguito, con la sua mente da imprenditore, decise di dividere il suo negozio e di aprire una profumeria in una delle due metà. Assunse un muratore e gli commissionò un preciso numero di mattoni, uno specifico quantitativo di calce e intonaco e riuscì così a costruire un muro evitando esuberi. I suoi figli, cresciuti in questo clima di intraprendenza contadina e acume cittadino, portarono avanti le attività del padre, facendo fiorire la profumeria e diventando grossisti a livello regionale. Ancor oggi, alcune profumerie delle città portano il cognome di famiglia, altre sono ancora in mano ai loro discendenti. Mi piace pensare di avere alle spalle una famiglia di lottatori.

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