mercoledì, giugno 10, ore 00:20

I tempi dell’amore

L’amore di un essere umano per un altro è forse la prova più ardua, per ciascuno di noi, la testimonianza più alta di noi stessi; l’opera suprema di cui le altre non sono che la preparazione. E’ per questo che tutti gli esseri giovani, nuovi in ogni cosa, non sanno ancora amare; hanno da imparare… (...). Amare non è fin dall’inizio darsi, unirsi a un altro. Cosa sarebbe l’unione di due esseri ancora imprecisi, incompiuti, dipendenti? L’amore è l’occasione unica di maturare, di prendere forma, di divenire un mondo per l’amore dell’essere amato. E’ un’alta esigenza, un’ambizione sconfinata che fa di colui che ama un eletto chiamato dall’immensità. Quando l’amore si presenta, i giovani non dovrebbero vedervi che l’obbligo di lavorare su se stessi. Perdersi in un’altra persona, darsi a un’altra, tutte le maniere di unirsi, non sono ancora per loro. Prima è loro necessario tesaurizzare, accumulare molto. Il dono di sé è un compimento.

R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta
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categoria : citazioni, riflessioni

lunedì, maggio 18, ore 14:49

L'amore è tutto carte da decifrare
e lunghe notti e giorni per imparare
io se avessi una penna ti scriverei
se avessi più fantasia ti disegnerei
su fogli di cristallo da frantumare

E guai se avessi un coltello per tagliare
ma se avessi più giudizio non lo negherei
che se avessi casa ti riceverei
che se facesse pioggia ti riparerei
che se facesse ombra ti ci nasconderei

Se fossi un vero viaggiatore t'avrei già incontrata
e ad ogni nuovo incrocio mille volte salutata
se fossi un guardiano ti guarderei
se fossi un cacciatore non ti caccerei
se fossi un sacerdote come un'orazione
con la lingua tra i denti ti pronuncerei
se fossi un sacerdote come un salmo segreto
con le mani sulla bocca ti canterei

Se avessi braccia migliori ti costringerei
se avessi labbra migliori ti abbatterei
se avessi buona la bocca ti parlerei
se avessi buone le parole ti fermerei
ad un angolo di strada io ti fermerei
ad una croce qualunque ti inchioderei

E invece come un ladro come un assassino
vengo di giorno ad accostare il tuo cammino
per rubarti il passo, il passo e la figura
e amarli di notte quando il sonno dura
e amarti per ore, ore, ore
e ucciderti all'alba di altro amore
e amarti per ore, ore, ore
e ucciderti all'alba di altro amore

Perché l'amore è carte da decifrare
e lunghe notti e giorni da calcolare
se l'amore è tutto segni da indovinare

Perdona
se non ho avuto il tempo di imparare
se io non ho avuto il tempo
di imparare.

Carte da decifrare
Ivano Fossati
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domenica, maggio 17, ore 19:58

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Ciao, Dino.
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mercoledì, maggio 06, ore 20:39

"Il tempo è galantuomo", diceva qualcuno. Io assentivo. Ma in realtà non capivo, non capisco ancora. Il tempo è galantuomo? Vuol dire che un giorno qualcuno ci verranno riconosciuti i nostri meriti, che un giorno ci verrà resa giustizia? Vuol dire che incontreremo sulla nostra strada risposte, che ci porremo domande legittime e sensate, che se chiederemo alla persona giusta la cosa giusta, saprà dirci la verità?
Il tempo guarisce tutte le ferite, si dice anche. Questo lo capisco, ma non so se sono d'accordo. Le lacrime versate non ci vengono restituite, i sospiri spesi sono lontani da noi e certi colpi che ci sono stati inferti ci hanno lasciato il segno e fanno male se le tocchi, bruciano quando arriva il maltempo, basta solo ricordarti che le hai per sentire una piccola fitta, pungente, acuta. Ma se il tempo è galantuomo, questo non saprei dirlo. Il tempo porta oblio, a volte, a volte invece accentua il ricordo. I rimpianti si possono affievolire o diventare più intensi e questo non possiamo mai saperlo a priori. Lo scopriamo col tempo, appunto. E non sempre col tempo le cose vanno come vorremmo. Certe speranze, che nutriamo riposte in un angolino della nostra mente, troppo tacite per confessarle anche solo a noi stessi, vengono irrimediabilmente deluse. La gente raramente cambia, e contro questa realtà, questa ostinazione, questa coerenza il tempo può far poco. A volte però sì. Basta che qualcuno si renda conto di qualcosa, che apra gli occhi sulla propria esistenza e si renda conto di aver preso un abbaglio, di aver creduto nelle cose sbagliate, e allora il tempo sì che aiuta, sì che guarisce, sì che è galantuomo e ci rende quel che meritiamo. Ma a volte no. E allora viene da chiedersi se il gioco vale la candela. I miei nonni hanno più di settant'anni, e non capiranno mai quello che sono. Mi hanno cresciuta e non mi conoscono, non giungeranno a conoscermi col tempo perchè il tempo per noi tre è finito. Andati gli anni in cui andavo a scuola e tornavo da loro alla fine delle lezioni, raccontando le storielle della giornata. Andate le vacanze al mare, durante le estati libere dallo studio e dagli esami. Andata l'illusione di avere una famiglia perfetta, un porto sepolto, un giardino di limoni a portata di mano. Il tempo è galantuomo, a volte, a volte invece è solo una iena, che sghignazza su di te mentre ti lacera le carni.
Non so cosa succederà col tempo. So che ho dei desideri, dei sogni, delle speranze e delle convinzioni. So che in certi momenti vorrei che il tempo si fermasse, in altri che corresse più veloce. So che in certe occasioni ho capito di essere nel giusto e mi sono sentita bene, in pace con me stessa. Forse il tempo è galantuomo quando ti apre gli occhi sulle verità della tua vita, su chi ti sta di fronte, ti rivela cose che non sospettavi o conferma le tue certezze, o ti sbalordisce e ti spaventa, come il sublime di Kant. Forse avremmo tutti bisogno solo di capire.
 
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mercoledì, aprile 29, ore 10:55

Il totale disinteresse di chi si dovrebbe interessare mi paralizza.
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venerdì, gennaio 02, ore 12:50

Viole nella neveEra da diversi anni che non mi confessavo. Devo ammettere in me una forte ritrosia al rivelare i lati oscuri, un pudore ostinato che mi trattiene dal mostrare i miei punti deboli, specie se conosco la persona che mi sta innanzi, per paura che possa a quel punto stimarmi di meno. Se si unisce questo spiacevole aspetto caratteriale a un altrettanto spiacevole episodio che mi è capitato nel confessionale l'ultima volta che, facendomi coraggio (o violenza, a volerla dire tutta), ho messo il piede oltre il famigerato scalino ligneo, la fuga era scontata.

Non pensavo di poter dimenticare di quando, mentre evocavo a testa china tutti i miei fantasmi, si era sentito nel silenzio sacro un trillo potente. Avevo messo rapidamente la mano in tasca, sbarrando gli occhi e avvampando per l'imbarazzo. Drinn, drinn. Oddio, dov'è? Cavolo, maledetta borsa, ma dove ca... ehm, scusami, Signore. Dove diamine...? Il sacerdote, un vecchietto tremolante e canuto di fronte a me, mi guardava sorridendo amabilmente, senza scomporsi. Aveva detto dolcemente "Scusami, cara. Pronto?" Eh? Oh. "Ciao, Giovanna! Allora, come va? Domani sera, a cena? Sì, credo possa andare. Come stanno Antonio e i bambini? Sì, sì, non vedo l'ora di vederli.". Io ero stordita. Uccisa, in un secondo, tutta l'importanza della mia anima. Ho detto che avevo finito, ricevuto una pallida, demotivante, assoluzione e me ne sono andata. Senza voltarmi indietro. Per anni.

Questa volta, nell'ultimo giorno dell'anno, è stato diverso. La stanza era ampia, occupata da un tavolo di legno scuro. Io guardavo negli occhi questo prete grande e bello, che aspettava in silenzio, con aria seria. Ero importante, lì, sotto quel crocifisso e quello sguardo grave. Importante io, i miei peccati, la mia assoluzione. Non ho mai smesso di guardare quegli occhi, mentre mi svelavo, strato dopo strato, e mi alleggerivo nella sicurezza del perdono.

Quella sera eravamo in un centinaio sotto il cielo scuro, sotto la neve fitta. Una pira di legna ardeva, le scintille si mescolavano ai fiocchi. Tutti avevamo in mano un bengalino e un monaco recitava versi accompagnato da tre chitarre e un sassofono. Io, leggera, sorridevo nel buio.
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giovedì, dicembre 25, ore 20:45

Natale

Mattina di Natale. Da qualche parte, Scrooge spalanca le imposte sulla sua nuova esistenza, rinnovato dalla notte appena trascorsa. Nella città di Verona, in una stanza due ragazzi si svegliano, si cercano ancora a occhi chiusi, intrecciano le gambe e si cercano con un bacio la punta del naso. Poi lei si alza, saltellando per un entusiasmo preventivo legato alla giornata particolare, lui invece si gira dall'altra parte e ricomincia a fare le fusa, ben avvolto nel piumone. In una casa non molto lontana, un uomo di mezza età si alza, stiracchiandosi rumorosamente, vivendo la libertà di essere in casa da solo, e facendo programmi per la mattinata, prima del cenone. A 1oo metri da lui, in una villetta antica dall'altra parte della strada, una donna,  disperata, beve un litro e mezzo di alcool per non dover sopravvivere alla giornata. Nella stanza accanto, forse, sua figlia ancora dorme. Presto si scatenerà il caos.

Una giornata che ognuno vive a modo suo, immerso nei propri drammi o nelle proprie gioie, circondato dalla famiglia o solo, qui o in qualunque altro luogo. Una giornata che, in un modo o nell'altro, passerà. Auguro a chi è stato felice di rimanerlo, di ritrovare questa gioia anche domani e il giorno successivo, e quello dopo ancora, a chi ha sofferto di raccogliere in sè la forza per superare questo giorno e di non perdere la speranza. Noi siamo qui, sempre, te lo prometto.
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venerdì, novembre 07, ore 14:11

Il mio bisavolo era un tipo particolare. Era il nonno di mio nonno, si chiamava Giovanni e aveva una gamba di legno. Era sarto e barbiere perchè, in tempi difficili, un uomo si doveva arrangiare come poteva ed entrambe le professioni si potevano esercitare con gli stessi strumenti. Non poteva permettersi manichini, per cui usava le gambe del tavolo per cucire i calzoni e prendere le misure ai clienti. Costruiva orologi con le stecche degli ombrelli e mappamondi con i poveri materiali che trovava qui e là e, in tempi di magra, quando nessuno sentiva il bisogno di farsi sistemare i capelli o fare su misura completi eleganti, aveva elaborato un ingegnoso sistema per campare.
Girava per le sagre e le fiere paesane, dove vendeva un intruglio scuro, una pozione che garantiva all'acquirente la prossima nascita di un figlio maschio. Soddisfatti o rimborsati.  Data la percentuale di maschi nati rispetto alle femmine in quel periodo, il mio bisbisnonno fece rapidamente fortuna. Sennonchè, nel frattempo, la sua famiglia si allargava, la crisi economica nazionale cresceva e c'era sempre più bisogno di denaro per vivere. Egli allora prese armi e bagagli e si trasferì in città, dove fu assunto da un servizio di assicurazioni. Giunto al quinto figlio, i soldi ancora non bastavano. Giovanni, spinto da necessità, si dedicò all'attività di affittacamere e oste. Forniva vitto e alloggio nella sua mansarda in centro storico e, così facendo, guadagnava abbastanza per mantenere moglie e bambini. Tra i suoi clienti c'era un prete che, in segno di riconoscenza, per consentirgli di realizzare i suoi progetti, gli imprestò 2800 £, una cifra ben più che considerevole per gli inizi del '900. Giovanni aprì una drogheria. Comprava le caramelle all'ingrosso, sciolte per pagare di meno, e metteva i suoi bambini a incartarle una per una. Li faceva cantare, "Cantate, bambini, cantate", perchè, finchè sentiva le loro voci squillanti, voleva dire che non stavano mangiando le caramelle. In seguito, con la sua mente da imprenditore, decise di dividere il suo negozio e di aprire una profumeria in una delle due metà. Assunse un muratore e gli commissionò un preciso numero di mattoni, uno specifico quantitativo di calce e intonaco e riuscì così a costruire un muro evitando esuberi. I suoi figli, cresciuti in questo clima di intraprendenza contadina e acume cittadino, portarono avanti le attività del padre, facendo fiorire la profumeria e diventando grossisti a livello regionale. Ancor oggi, alcune profumerie delle città portano il cognome di famiglia, altre sono ancora in mano ai loro discendenti. Mi piace pensare di avere alle spalle una famiglia di lottatori.

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venerdì, novembre 07, ore 11:10

CalvarioCaro signore,
l'ho vista l'altro giorno, di sfuggita, ancora una volta. Non ho mai avuto l'occasione di conoscerla di persona, di sicuro non l'avrò mai. Lei resterà per me un altro volto scorto nel cammino e mai dimenticato, nè dimenticabile: troppo importanti sono le conseguenza della sua esistenza nella mia vita. Resterà uno di quei rimpianti inespressi, un'insoddisfazione non manifesta, un senso di incompiutezza, di non fatto.  Ogni volta che la vedo, che guardo i suoi occhi attraverso uno spazio che non posso valicare, mi chiedo come sarebbe parlare con lei. Forse le piacerei, forse sarei troppo paralizzata dalla timidezza e direi solo quattro povere cose, banalità vuote, sprecando il momento che mi sarebbe concesso per conquistare il suo rispetto. Non sono il tipo di persona che fa colpo immediatamente. Parlo troppo, o troppo poco, ho una voce fastidiosa e, quando avrei bisogno che l'arguzia mi soccorresse suggerendomi un'uscita brillante, immancabilmente tutto tace.
Ho sentito parlare di lei, tanto, e bene. Del suo rigore morale, la sua serietà, la rettitudine e l'impegno. Dell'austerità e la forza, della debolezza e dell'affetto. Ho sentito parlare di lei così bene che quasi sicuramente l'ansia da prestazione mi schiaccerebbe. E ciò nonostante vorrei poterla incontrare, vorrei avere la possibilità di fallire, per poter avere anche la possibilità di riuscire, stupire, impressionare. Vorrei poterla incontrare perchè la sua esistenza ha cambiato la mia, in qualche modo indiretto e imprevedibile, perchè le nostre strade si sono incrociate eppure noi non ci troveremo mai realmente faccia a faccia. Vorrei poterla incontrare per assicurarle che farò del mio meglio, in questa mia vita, per rispettare i frutti della sua, per amare e onorare ciò che da lei deriva di grande e importante. E allora, forse, a dispetto dell'imbarazzo e dell'ansia, delle uscite poco intelligenti, del rossore e dei fiumi di parole emessi senza quasi respirare, allora, forse, a dispetto di tutto, le piacerei.
Carolina
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sabato, ottobre 25, ore 19:24

C'è chi sostiene che la letteratura sia inutile. Chi la definisce "una via di fuga", niente di rilevante per l'esistenza umana se paragonata a cose come la linguistica storico comparativa o la metrica. Il compito dell'insegnante di italiano non è trasmettere la passione, ma insegnare regole, fornire elementi di conoscenza. Perdonatemi, allora, perdonatemi, se per me non è così. Perdonatemi, se la letteratura è stata sì una via di fuga, ma una via di fuga che mi ha salvata. Perdonatemi se ritengo che il compito di un insegnante sia proprio quello di trasmettere la passione, che non può che essere legata a una vera conoscenza, perchè si ama ciò che si conosce, e si conosce ciò che si ama. E a chi mi dicesse che ci sono tanti insegnanti che hanno la passione ma non hanno conoscenze adeguate, beh, a quelli bisognerebbe dare una padellata in testa (metaforicamente parlando, s'intende!), perchè hanno una dote importante e la sprecano nel più barbaro dei modi. E d'altra parte, al triste, freddo, nozionismo, alle regole da applicare meccanicamente, alla grammatica e alla flessione dei casi, continuo a preferire una poesia e le buone intenzioni, perchè se hai passione la conoscenza la puoi perseguire, ma se ti manca quella, non esiste una bancarella in cui puoi acquistarla, e non basta tutta la tua volontà per farla nascere in te: è tutta questione di pelle e istinto, come l'amore, che cresce man mano che ci si conosce.
La letteratura è una via di fuga, forse, in certi casi. Ti consente di rifugiarti in altri mondi, altri pensieri, di intrufolarti in altre vite, in altre epoche. Può essere anche che non abbia una utilità che non sia fine a se stessa, al puro godimento estetico e intellettuale, a quel brivido lungo la schiena che può evocarti un particolare verso, una particolare espressione, una particolare immagine, ma è stata la mia salvezza, la mia speranza, la mia passione. E mi ha arricchita, mi ha dato spunti ed elementi su cui maturare le mie idee, mi ha dato anche, perchè no, un rifugio nei momenti di difficoltà, quando non sapevo contro quale muro sbattere la testa, e allora era molto più facile immaginare di chiamarsi Catherine e di correre a perdifiato tra le brughiere inglesi con i capelli sbattuti qua e là dal vento e il freddo che si insinua sotto la pelle, al calar della sera. La letteratura, la mia salvezza. Forse non sarà utile come sapere con che lingue è imparentato il bulgaro (cosa che peraltro, e perdonatemi anche per questo, non trovo minimamente interessante), come dire "è davvero un piacere conoscerti" in polacco (cosa di cui peraltro, perdonatemi, perdonatemi ancora, faccio volentieri a meno), come conoscere lo spagnolo abbastanza per sedurre qualche caliente uomo d'Iberia (cosa che peraltro potrebbe anche essere interessante, ma, perdonatemi un'ultima volta, non mi attrae minimamente), forse non mi servirà mai a nulla per il resto della mia vita, ma fino ad ora è stata importante, importante come poche altre cose e sono sicura, sicura (o forse ottimista, o ingenua, o solo stolta) che non è così soltanto per me. Perdonatemi, se mi sbaglio.
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